La prima cosa che salta all’occhio vedendo Suffragette, pellicola britannica scelta per inaugurare la trentatreesima edizione del Torino Film Festival, è che ci troviamo al cospetto di un “tipico” film d’apertura da kermesse generalista, aperta al pubblico: accessibile, dal taglio molto tradizionale, con un cast – in questo caso anglosassone – di prim’ordine (Carey Mulligan, Brendan Gleeson, Helena Bonham Carter e, in un ruolo minuscolo ma fondamentale, Meryl Streep). Se a questo aggiungiamo una firma piuttosto prestigiosa in sede di sceneggiatura come Abi Morgan (autrice di Shame e delle serie televisive The Hour e River), abbinata ad una tematica di certo non indifferente quale i diritti delle donne, abbiamo tutti gli ingredienti giusti per dare il via nel modo migliore ad una delle più importanti manifestazioni cinematografiche in Italia.
Raccontando le vicissitudini di un gruppo di donne aderenti al movimento suffragista a Londra nel 1912, sedici anni prima che in Inghilterra venisse concesso il diritto di voto universale per la componente femminile della popolazione (nel 1918 fu accordato solo in parte, in base all’età ed altri criteri), la regista Sarah Gavron – che nel 2007 aveva esplorato le tensioni razziali nel Regno Unito dopo l’11 settembre con l’opera prima Brick Lane – firma un prodotto impegnato la cui uscita è destinata a creare dibattiti, non solo per il contenuto in sé (ha già generato controversie la decisione di raccontare la storia esclusivamente dal punto di vista di donne bianche, nonostante l’importanza della partecipazione di persone di colore, come l’indiana Sophia Duleep Singh), ma anche per la sua valenza metaforica: per quanto il tempismo sia una coincidenza (il film è stato girato all’inizio del 2014), è indubbio che Suffragette sia arrivato nelle sale e nei festival al momento giusto, quando le e-mail trafugate della Sony Pictures e il discorso di Patricia Arquette all’ultima notte degli Oscar hanno ricordato senza mezzi termini quanto sia ancora lunga la strada per arrivare ai pari diritti, nella fattispecie per quanto concerne i salari delle attrici rispetto ai colleghi maschi (e non è un caso, in questo contesto, che la parte di Emmeline Pankhurst, principale istigatrice del suffragismo in Inghilterra, sia stata affidata a Meryl Streep, forse la più importante portavoce dell’uguaglianza salariale a Hollywood).
Fatte le dovute estrapolazioni paratestuali, cosa rimane di Suffragette a livello strettamente cinematografico? Innanzitutto un contenitore di ottime interpretazioni, sia femminili che maschili, poiché la recitazione, così come la scrittura, non è mai “di parte” (per quanto apertamente femminista, la sceneggiatura si prende la briga di sottolineare quanto il movimento suffragista fosse non privo di pecche sul piano organizzativo e legale). In particolare, Carey Mulligan conferma ancora una volta l’immenso talento che l’ha resa una delle interpreti britanniche più acclamate degli ultimi anni, mentre Helena Bonham Carter dimostra nuovamente di non aver (più) bisogno di Tim Burton. Le loro prove rafforzano un prodotto solido ed ambizioso, senz’altro interessante ma in fin dei conti piuttosto convenzionale, meritevole del suo rango festivaliero ma al contempo non troppo dissimile da un film televisivo studiato a tavolino per una qualche ricorrenza (in questo caso fuori tempo massimo, se si esclude la lista nei titoli di coda che precisa in quali altri paesi le donne hanno progressivamente avuto il diritto di voto, chiudendo con la menzione del 2015 come ipotetico anno in cui tale traguardo verrà raggiunto in Arabia Saudita). Forse ne risentiremo parlare in periodo di Oscar, ma per i motivi sbagliati.
Max Borg