SPRINGSTEEN ON BROADWAY (2018), di Thom Zimny

«The screen door slams, Mary’s dress waves
Like a vision she dances across the porch as the radio plays
Roy Orbison singing for the lonely
Hey, that’s me and I want you only
Don’t turn me home again, I just can’t face myself alone again
Don’t run back inside, darling, you know just what I’m here for
So you’re scared and you’re thinking that maybe we ain’t that young anymore
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty but, hey, you’re alright
Oh, and that’s alright with me
»
Bruce Springsteen, Thunder Road

Lo dice a proposito dell’amore, Bruce Springsteen, che non sa quanto sia disposto a far vedere, e forse nemmeno a (ri)conoscere, il suo vero se stesso, quel suo nucleo umano più profondo fatto anche di dubbi e abissi che nemmeno mezzo secolo di vita pubblica, di pose con la chitarra e di vita da rockstar in tour hanno mai potuto realmente cancellare. Così come dichiara apertamente di essere un inventivo affabulatore, che già da giovane mentiva cantando di corse in auto quando nemmeno aveva la patente, e che da sempre racconta vite in fabbrica delle quali mai ha avuto esperienza diretta ma solo i ricordi infantili di un padre depresso. Eppure il “Bruce a nudo” di Springsteen on Broadway non perde mai, nemmeno per un istante, un solo briciolo di sincerità. Perché non importa capire quanto ci sia di vero e quanto di idealizzato, nei racconti di Bruce Springsteen, e forse non importano nemmeno in quanto tali gli aneddoti che, fra una canzone e l’altra, il rocker statunitense porta sul palco solo fra le sue chitarre acustiche e il pianoforte. Quello che conta davvero, rimanendo a bocca aperta di fronte a uno dei più grandi narratori degli ultimi quarant’anni, è la genuina emozione che costantemente trasuda e dona agli astanti, è il suo modo di raccontare, è l’afflato lirico di cui ammanta ogni sillaba, è la sincerità con cui sorride e poi si commuove, è la sua capacità di rendere epica ogni piccola storia quotidiana. Fino a rendersi conto che questa intima natura che Springsteen non sa quanto vuole fare emergere è proprio lì dove è sempre stata, sul palcoscenico, visibile e percepibile nella sua voce e nei suoi silenzi, nei suoi sguardi e nella sua sincerità.
Springsteen on Broadway è lui, Bruce Springsteen, la rockstar, l’uomo, il figlio, il marito, la persona e il personaggio, un po’ messo a nudo e un po’ autorappresentato con pari franchezza, in un ambiente intimo, da solo sul piccolo palco di un teatro da poco più di novecento posti, così lontano da quelle decine (o centinaia) di migliaia di persone che raccoglie negli stadi di tutto il mondo, in coda da giorni per riuscire ad accaparrarsi i posti più vicini alle transenne. È lui, Bruce Springsteen, l’uomo che ha sempre raccontato se stesso attraverso i personaggi veri o inventati delle sue storie in musica, proprio mentre attraverso il personaggio cucito su se stesso dava voce alle persone di quella working class troppo spesso messa sotto silenzio, oppure spedita a morire in Vietnam per provare a nascondere il fatto di avere già perso una guerra. E ben al di là dell’apporto musicale, è sempre stata questa – la sua sensibilità, la sua partecipazione emotiva, il suo dare tutto in ogni (lunghissima) esibizione, il cuore a cui si mettono a servizio inventiva, capacità di narrare e arte oratoria – la sua principale grandezza, il motivo che spinge ad amarlo. Non importa se realmente quel bambino di sette anni avesse ancora le mani troppo piccole per poter avvicinare la chitarra, così come non importa se realmente quel giovane ribelle ventunenne alla disperata ricerca di un’audizione si sia dovuto mettere al volante senza patente e senza saper guidare per proseguire il viaggio. Importa quel soffio di libertà che sta dietro ai racconti, importa quella profondità che è sempre stata dietro ogni (micro)storia, importa quel momento in cui Bruce ha capito che il suo futuro sarebbe stato fra un plettro e un microfono, quell’istante in cui ha (solo temporaneamente, come in quasi tutti gli “irrevocabili addii”) lasciato il New Jersey per seguire la propria stella. Un istante ora rievocato ogni sera, in cinque sold-out a settimana, al Walter Kerr Theatre di Broadway, fra la commozione e la ragione della propria stessa esistenza.

Bruce Springsteen raccoglie frammenti ed emozioni di vita, e li racconta con il calore della sua voce e della sua vicinanza al pubblico parlando spesso lontano dal microfono, in piedi in mezzo alla scenografia minimale oppure seduto di traverso sullo sgabello del piano, le gambe un poco aperte in una postura comoda e informale, gli occhi e la voce a chi lo ama. Ci si sente ospiti nel salotto di un vecchio amico che vive ormai lontano, a guardarlo e a sentire intatto quel fuoco di un tempo, a ricordarsi minuto dopo minuto, climax emotivo dopo climax emotivo, perché gli vuole così bene, perché è stato e continua a essere, dalla sua casa nella campagna del New Jersey e dai suoi palchi in giro per il mondo, una persona importante per milioni di altre persone. Parte dal principio Bruce, da quel bambino sperduto nella provincia americana che sognava di crescere, Growin’ up, fra la prima chitarra da restituire e quella sera in cui, nell’effluvio di birra e dopobarba, fu per la prima volta mandato dalla madre «nel mondo dei grandi», a recuperare il papà ubriaco al pub dopo l’ennesimo massacrante turno in fabbrica. Parte da quel luogo di nascita, My hometown, in cui non può fare a meno di identificarsi, e da quei genitori fra la depressione di My father’s house e le danze (magari “nel buio”) promesse all’instancabilmente solare madre in The wish. Una madre di campagna sorridente, disponibile, dolce e cattolicissima, e un padre che era al contempo il gigantesco eroe di ogni bambino e il pessimo genitore che solo al momento di diventare nonno, per impedire a Bruce di compiere i suoi stessi errori, saprà realmente essere padre, imparando a chiedere scusa e ad amare fino in fondo, e facendo ancora adesso commuovere la rockstar delle più umane e sentite lacrime. Parte da un sogno, Springsteen on Broadway, da una folgorazione, dagli anonimi idoli giovanili che si esibivano nelle altrettanto anonime bettole di Asbury Park, dal suono di una chitarra come un orgasmo infinito e quasi indefinibile verso cui tendere per tutta la vita mettendo sempre in scena se stesso, la propria intimità, il proprio cuore. A costo di dover fuggire, di allontanarsi, di dover abbandonare casa alla ricerca dei giusti suonatori, quelli con cui condividere la vita, quelli con cui trovarsi e amalgamarsi senza nemmeno dover parlare e forse senza più nemmeno guardarsi, ma solo respirando insieme, solo “sentendo” quell’alchimia inspiegabile e leggendaria della E Street Band. Fra cui ovviamente chi non c’è più, prima Danny Federici e poi «Big Man joined the Band» Clarence Clemons, l’amico fraterno, il più amato, con la sua cassa toracica gigantesca a far vibrare il sassofono di un suono che nessun altro ha mai saputo trovare, con il suo cuore straordinario, e con la sua ugualmente grande sofferenza in una lunga e devastante malattia. Ancora si velano gli occhi di Bruce, mentre in uno dei momenti più toccanti e sinceri dello spettacolo lo ricorda suonando al piano Tenth Avenue freeze-out, e con gli occhi del Boss non possono che inumidirsi anche quelli di chiunque lo abbia visto e sentito suonare, di chiunque abbia capito il reale ruolo di collante di quell’insostituibile gigante con la pelle scura.
Nel suo cantare storie, Bruce Springsteen è sempre stato una fondamentale lettura umana, sociale e politica degli Stati Uniti, e poco importa se in mezzo ai (tanti) parlati che introducono e ricontestualizzano in un chiaro percorso le (non moltissime) versioni acustiche delle canzoni non è difficile scovare qualche pennellata di retorica americanocentrica: Springsteen on Broadway è un rivolgersi ai propri concittadini commovente, sentito, sincero, commosso, apparentemente ingenuo e invece profondo, sofferto di un’intimità apertamente disvelata ed evidentemente diretto non solo ai fanatici più incalliti, ma a chiunque abbia voglia di ascoltare, immedesimarsi, capire e vivere le sue storie. Semmai il tasto dolente di un film inaspettatamente magnifico è la sua distribuzione, lanciato da Netflix in tutto il mondo senza un solo passaggio cinematografico. Se si cerca un solo motivo plausibile per negare la sala a Springsteen on Broadway è impossibile trovarlo: anzi, con il seguito che il rocker statunitense gode nel Belpaese, con il quale il rapporto è sempre stato particolare fra i nonni originari di Vico Equense e quell’alchimia unica che si è creata in ognuna delle sette notti a San Siro dall’85 al 2016, se programmato per lo meno come evento – viene in mente il relativo successo del pur debole Springsteen and I di qualche anno fa – Springsteen on Broadway avrebbe con ogni probabilità ampiamente ripagato ogni sforzo economico, garantendo al contempo alla voce, alle chitarre e al pianoforte del Boss la resa audio che avrebbero meritato in prima visione. Ma per il (sempre più fagocitante) Netflix, al di là degli sporadici casi distributivi dovuti ben più agli sforzi di Ilaria Cucchi e di Alfonso Cuaròn che alle discutibili politiche del gigante dello streaming, la sala è vista quasi come un fastidio, come una sgradevole concorrenza, come un qualcosa da precludere senza rimpianti persino a Orson Welles, figuriamoci a Bruce Springsteen e a un film che nient’altro fa che portare sullo schermo quello che anche oggi, come ogni sera con contratto fino alla fine dell’anno, sta andando in scena a Broadway.

Nel percorso, tratto dall’autobiografia Born to Run, che Bruce intraprende nelle due ore e mezza circa di Springsteen on Broadway, c’è la vita e c’è la carriera, c’è la famiglia e ci sono gli amici, c’è l’amore – ovviamente Patti Scialfa, sempre magnifica “red-headed girl” quando sale sul palco a dar manforte al marito per Tougher than the rest e Brilliant disguise – e ci sono i rimpianti. Ci sono le gioie e ci sono i fantasmi, ci sono le sostanziali recite alle visite militari per essere riformati e non dover partire per il Vietnam, ci sono gli amici con cui si è scampata la guerra e ci sono quelli che invece dal Vietnam non sono mai tornati se non chiusi in una bara. Non medaglie, ma volti, corpi, voci, sudore, affetto, esseri umani conosciuti e poi persi, dolore personale, Born in the U.S.A., «Got in a little hometown jam – so they put a rifle in my hand – sent me off to a foreign land – to go and kill the yellow man». Ci sono le noiose domeniche in chiesa, nei racconti del Boss, e ci sono gli operai che sanno – «Wherever there’s somebody fightin’ for a place to stand – or decent job or a helpin’ hand – wherever somebody’s strugglin’ to be free – Look in their eyes Mom you’ll see me» – di poter contare su The ghost of Tom Joad. Ci sono gli arrivi in The Promised Land e ci sono le macerie d’America da cui ripartire in The rising, alla ricerca di una nuova giustizia sociale, di cooperazione internazionale, di una passione condivisa, e anche di divertimento, perché divertirsi fa parte della vita e la migliora, è un fluido che scorre, è il «trucco magico» che Bruce Springsteen ha sempre regalato, giorno dopo giorno, esibizione dopo esibizione, palco dopo palco, a tutti coloro che sono andati a vederlo e sentirlo. Si ride, ci si diverte, ci si emoziona, si soffre e ci si commuove, guardando Springsteen on Broadway. Si ritrova quella persona, quel cuore, quella simpatia estroversa, quell’alchimia di parole e musica, di narrazione, di voce rotta, di lacrime, di apertura sincera, come se ogni frammento di storia e di canzone fosse una parte di Bruce Springsteen, dell’uomo che sta dietro (e non più sopra) il palco, in quelle nottate passate alla chitarra, o in quella leggendaria telefonata notturna del 1984 al chitarrista Steve Van Zandt per convocarlo d’urgenza a sentire tutto l’album Born in the U.S.A., appena composto di getto e ancora in attesa di essere arrangiato. Il piccolo diventa epico e poi universale, vicino alla vita e ai dubbi di chiunque, e proprio per questo inevitabilmente toccante.
Che sia a 6, 12 oppure 88 corde, acustico o elettrico, solo o accompagnato, con o senza l’armonica a bocca, Bruce Springsteen è sempre stato la sua intima identificazione con i protagonisti delle sue storie ed è il loro affondare le radici nei modelli di vita familiari, è la sua profonda (e non certo acritica) spiritualità ed è quella sua spontaneità che rimane anche nelle pieghe di una scrittura straordinariamente sapiente, attenta a ben dosare i registri fra il comico, il tragico e il lirico cercando il più possibile di rimanere invisibile, quasi come una traccia su cui variare ogni sera il proprio, sempre sentito, monologo interiore. Bruce Springsteen è il suo spirito di sacrificio da sempre fatto di indimenticabili concerti spinti sino a oltre le quattro ore del più fisico e scatenato rock, è il suo uso del corpo e della voce, da sempre veri e propri strumenti di comunicazione, è la sua infinita grinta, ed è quell’inspiegabile incantesimo per il quale da quasi mezzo secolo nella E-Street Band 1+1, come in una chimica (im)possibile, può all’occorrenza fare 3. Bruce è il suo profondo amore per il suo Paese, per chi lo abita, per la propria famiglia, per i suoi musicisti, per il suo pubblico e per quei troppi amici magari persi lungo la strada, ma mai davvero abbandonati. Bruce è Born to run, l’eterno ragazzo nato per correre, quello che ancora si emoziona e contagioso lo trasmette, così distante eppure sempre così vicino, così sincero, così lucido, così amichevole, così intimo. Con la sua voce roca e calda, ferma e controllata ma sempre spontanea, parla di sacrifici, di emarginati, di corse verso l’ignoto, di terre promesse, di amori (im)possibili, di passioni brucianti e di amici che non ci sono più. Come se fosse la voce di un padre, magari raccolto in preghiera, a dare la propria (inaspettatamente toccante) benedizione ai suoi figli, a chi lo ama, a chi lo segue, a chi nella sua emozione vede lo specchio della propria emozione. Senza poter fare altro che ringraziare, ancora una volta, per il nuovo e incommensurabile dono ricevuto, per il nuovo e incommensurabile capolavoro – questa volta non un album e non un concerto, ma uno straordinario recital – partorito da un grande artista, da un grande uomo, da un grande narratore, da un grande cantante, da un grande musicista, che ora si scopre anche un grande attore. In attesa del prossimo tour, della prossima lotta contro il tempo per riuscire a prendere i biglietti prato, della prossima nottata passata fuori da uno stadio. Della prossima scarica di adrenalina di fronte al più grande e irraggiungibile performer di sempre. Stay hard, stay hungry, stay alive, ‘cause tramps like us, baby we were born to run.

Marco Romagna