SPARA FORTE PIÙ FORTE… NON CAPISCO (1966), di Eduardo De Filippo

La commedia teatrale nella cultura napoletana, che ha sempre integrato in sé gli stilemi e i simbolismi fiabeschi del patrimonio partenopeo, ricco e millenario, con i fratelli De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina, ha trovato un’evoluzione che in particolare in Eduardo ha trovato un enorme successo a livello letterario e artistico mondiale. Questo ha portato a una rivoluzione nel teatro della tradizione di Pulcinella, e i figli illegittimi di Eduardo Scarpetta hanno prematuramente fatto entrare nel mondo campano un esistenzialismo espressivo che attraverso forti ideali sinistrorsi forgia solitamente commedie sul filo del dramma o drammi sul filo della commedia, in cui il popolano scozza con l’alienante e il gesto con la parola. Questo si nota particolarmente in Le voci di dentro, che scrisse nel 1948 e interpretò insieme al figlio Luca nel 1978, e che negli ultimi anni è stata riportata a teatro da Toni Servillo col fratello Peppe. In quest’opera, è raccontata la storia di Alberto Saporito, un apparecchiatore/decoratore di feste nelle case più ricche, che abita col fratello Carlo e lo zio Nicola, un vecchio volontariamente muto che comunica unicamente con spari e petardi creando una punteggiatura in codice Morse che capiscono solo i nipoti. Una notte, Alberto sogna di assistere all’omicidio di Aniello Amitrano da parte dei suoi vicini, i Cimmaruta, e li vede nascondere dei documenti che li potrebbero incastrare. Il mattino dopo, non rendendosi conto che era un sogno, Alberto denuncia i Cimmaruta ma poi, resosi conto del proprio errore (nonostante Amitrano momentaneamente non sia rintracciabile, e ciò crei dubbi in tutti), innesca con loro e col fratello una serie di dialoghi che mutano continuamente i loro rapporti fino a svelare al massimo la disumanità dell’homo homini lupus e dell’assenza di fiducia che lega le situazioni terrene. Nel 1966, col passaggio degli anni che ha distrutto e ricostruito tutto, Eduardo De Filippo ha deciso di mettersi dietro alla macchina da presa prendendo l’idea basilare e i personaggi di Le voci di dentro per costruire attorno a essi un nuovo risvolto, che non può che essere filmico. Non certo un regista cinematografico alle prime armi, De Filippo ha stravolto la propria opera con un’ondata di modernismo, già parzialmente rivelatorio di una rivoluzione del pensiero e dell’estetica di quegli anni, e si è evoluta in una forma per certi versi raffazzonata e ineguale ma non per questo meno affascinante, che già si dimostra nel contraddittorio titolo che richiama nel contempo i titoli italiani lunghissimi e un po’ datati di quei tempi (Elio Petri era un maestro in questo campo, ma nessuno batte per prolissità la filmografia di Lina Wertmüller) e una suggestione dapprima umoristica che attraverso lo svolgimento del film assume invero connotati più forti, ambigui e drammatici: Spara forte, più forte… non capisco. Abbiamo avuto modo di scoprirlo al Festival del Cinema Ritrovato 2018, purtroppo in una forma digitale non propriamente in alta definizione, nella rassegna dedicata a Marcello Mastroianni, qui protagonista insieme a Raquel Welch nel ruolo di Tania, prostituta del Nord Italia assente ne Le voci di dentro, e a De Filippo stesso che interpreta Zio Nicola. Il film è disponibile legalmente in streaming su rai.tv.

Partiamo dalle differenze sostanziali: il rapporto tra Alberto e suo fratello, è meno importante, mentre è messo in risalto il suo rapporto con zio Nicola, che diventa per certi versi quasi il co-protagonista del film, quindi alienando di più il personaggio di Mastroianni in una vita con problemi di comunicazione; è aggiunto appunto il succitato personaggio di Tania, oggetto del desiderio di Alberto che ricorre nei suoi sogni e complica le sue testimonianze; Alberto non è più solo un apparecchiatore di feste ma è anche, soprattutto nei propri occhi, un artista, uno scultore, la voce di uno squinternato sognatore di fronte al resto del mondo che non lo capisce; ed è cambiato completamente il finale. Inoltre, con lo spostamento cronologico della narrazione si ottiene per forza di cose un’impostazione scenografica e simbolica diversa, che nei momenti onirici sfida le inquietudini surrealiste e l’umorismo demenziale mediante architetture pastellate e plastiche. Tra le musiche dolci di Nino Rota, l’adattamento in scrittura cinematografica curato con Suso Cecchi d’Amico e dei brevi momenti con effetti speciali artigianali di Antonio Margheriti, il film si svolge come una commedia all’italiana semi-classica, ma con più sviluppi che entrano in un mondo pirandelliano in cui sogno e realtà si confondono, e soprattutto da qualsiasi personaggio esce fuori davvero tutta la spregevolezza dell’ignoranza umana, ma mai con cattiveria immorale e sempre una punta umoristica affascinante e leggera. Per certi versi, la maniera in cui è messo in scena il processo mentale di Alberto (tra mancanza di fiducia, senso di colpa e tentativi fallimentari di redenzione e riparo della situazioni) anticipa la struttura ellittica e concettualmente simile di The Square. Tania, oltre a essere una sensuale distrazione rispetto al marasma dell’ingiustizia, funge anche come controparte in un confronto continuo con le proprie necessità, quasi un’àncora di speranza, per quanto dialetticamente incomprensibile, perché comunque si crea un’intesa gestuale affiatata e semplice. Zio Nicola invece è anch’egli a suo modo un artista, e difatti è De Filippo, ma soprattutto è un campanello d’allarme, una specie di segnale che riesce a rendere Alberto legato al reale: solo se sente i botti dello zio, può sapere di non star sognando. La pseudo-soap dei Cimmaruta deflagra dimostrando la nullità di certo carattere umano, a cui appartiene anche Amitrano che qui è un mafioso, evidenziando cosa può la banalità dell’essere contro chi l’essere lo vive invece filosoficamente, ovvero Alberto/Marcello, che come i protagonisti di Antonioni, Pirandello e Gombrowicz cerca di ritrovare l’illusione di un ordine all’interno del caos di un mondo in cui nulla sembra avere senso, neanche il vero e proprio tessuto del reale, che diventa sempre meno tattile con l’alienarsi del fuoco all’interno dei singoli fotogrammi.

Sul finale ci pare necessario aprire una parentesi a parte, principalmente perché le differenze sono talmente visibili da riscrivere completamente il ruolo dell’adattamento cinematografico. Innanzitutto, ricapitoliamo il finale originale di Le voci di dentro: dopo il ritrovamento di Amitrano, vivo, Alberto si trovava a condannare comunque i Cimmaruta, accusandoli di essere assassini della fiducia e del bilancio famigliare. Nel finale della versione recente dei Servillo, a questa cosa è aggiunto un tradimento fraterno che incrina il rapporto tra i due Saporito, bloccandolo in una stasi di sguardi non corrisposti, un’attesa inesorabile di un’alba che non arriva, di una rinascita affettiva che pare diventare irraggiungibile. Se questi due finali dimostrano due diverse letture della ricerca immateriale di Antonio, uno con un’interpretazione in chiave morale e uno con una reinterpretazione in chiave intima, l’evoluzione mediana che traspare da Spara forte, più forte… non capisco porta a un discorso esistenzialista, vedendo già nel cinema una forma di immaterialità in cui la ricerca e i sogni sono ricostruibili a 360° sfruttando anche escamotage come gli errori volontari di edizione. Non è più un’accusa all’immoralità dell’uomo né una dimostrazione muta e triste delle conseguenze di quest’immoralità, bensì è un’esplosione immotivata, che per certi versi profetizza Zabriskie Point (1970), in cui giungono le ultime parole (a voce!) di Zio Nicola, che da prosopopea dell’incomunicabilità si tramuta in showman apocalittico che col proprio fallimento forse voluto e sicuramente necessario in modo quasi catartico compie un atto di resistenza in forma di distruzione pura, com’è solo sensato per un mondo pre-sessantottino, portando anche Alberto a dover ricominciare la propria odissea nel giudizio e nello straniamento. L’unica fuga possibile è quella con Tania, a bordo di un sidecar, ed è qui che ritorna il titolo del film: non sentendo gli spari di Zio Nicola dal Paradiso, Alberto non capisce se è nella realtà o in un sogno. La fuga d’amore, che sembra tanto impossibile, forse lo è; Alberto non riesce più ad aggrapparsi all’atto di resistenza poetica del mutismo dello zio, che per lui era il vero e proprio filtro linguistico col reale (sia esso costruito attraverso la celluloide o su un palco), e quindi si trova bloccato in un eterno sogno, un finale impossibile in cui scompare all’orizzonte, come questo film, ingiustamente dimenticato ma potentissimo.

Nicola Settis