MEKTOUB MY LOVE: CANTO UNO (2017), di Abdellatif Kechiche

Non “succede” praticamente niente in Mektoub, my love: canto uno, non ci sono particolari stravolgimenti, e forse nemmeno particolari messaggi pronti a emergere. Eppure, dalle tre ore abbondanti del nuovo folgorante (capo)lavoro di Abdellatif Kechiche giunto a sparigliare il concorso veneziano dell’edizione 2017 a quattro anni dalla Palma d’oro cannense vinta con La vie d’Adéle, è quasi impossibile uscire anche ben dopo i titoli di coda della sua (non) fine: Mektoub, my love è cinema fatto con poco o nulla, ma capace di scorrere epidermico, carnale, emozionale, magnetico, in un flusso che si insinua ancestrale sotto la pelle, nel profondo delle viscere, e lì rimane, annullando ogni tipo di percezione di un tempo che sembra fermarsi o forse volare. Ciò che il film mette in scena, puri e stordenti, sinceri e commoventi, sono l’amore e il desiderio, la gioventù e la libertà, la timidezza e la passione di una vitalità coinvolgente, inarrestabile, fatta di linguaggio del corpo e di sguardi, movimenti quasi impercettibili che dicono molto più di ogni parola. Mektoub, my love: canto uno è un magma che ribolle bellezza e malizia, sentimenti e ruoli, vicinanza e fuori campo, attrazioni e necessari mattoni con i quali edificare il proprio presente e il proprio futuro; è uno spaccato di vita, ed è l’eterna poesia del suo continuo miracolo – nascita, crescita, amore.
È una questione di sensibilità, di sincerità, di sguardo, con cui Abdellatif Kechiche apre le pagine di un atlante sentimentale e carnale, rampante e ipnotico, autobiografico e seminale, liquido eppure profondamente fisico, corporale, fatto di una moltitudine di personaggi e di anime (in)soddisfatte, di giochi in spiaggia e di fotografie, di forme e di labbra, di sorrisi maliziosi e di timide aperture finali verso “le altre”. Se La vie d’Adéle chiedeva, riuscendoci alla perfezione, di innamorarsi di Adéle Exarchopoulos per immergersi nel flusso in(de)finito della sua (non) narrazione, Mektoub, my love invita invece, più semplicemente, ad aprire alle percezioni e alle emozioni, a condividere le passioni e i desideri con i protagonisti, a sentirsi parte con anima e corpo del giovane ed eterogeneo gruppo messo in scena, dall’erotismo del twerking fino ai brividi che scendono lungo la schiena quando finalmente la (bressoniana) capra partorisce il suo cucciolo: vita su vita, la stalla e la discoteca, la natura e la modernità. Mektoub, my love: canto uno è un film di costante scoperta, di ricerca, di esperienze, ma anche di opposta volontà di stabilità, di sentimenti profondi che vanno ben al di là della chimica di uno sguardo. È un film orgogliosamente provvisorio, seminale, minimale, impressionista, è un fiume dal quale farsi portare via e con il quale, anche, apertamente arraparsi – del resto, il desiderio e l’eccitazione sessuale nient’altro sono che parti fondamentali di ogni vita e quindi del cinema -, fra gli spaghetti e la bellezza dei lineamenti e dei corpi, fra l’attrazione e la danza, fra la tradizione e la modernità, fra l’esuberanza e l’amarezza, fra il cuore e la speranza.

Basterebbe la sequenza d’apertura, lanciata come di consueto senza alcun titolo di testa, in cui il protagonista Amin, alter-ego del regista nella stesura delle sue sceneggiature, nella sua passione per la fotografia e nei suoi sogni di filmare anche quando in mano ha una semplice Polaroid, torna a casa, in quella Séte bucolica e marinaresca già cittadina di Cous Cous nella quale il regista franco-tunisino è libero di ambientare le sue due culture, la Bibbia e il Corano, per trascorrere l’estate del 1994. Amin è appena rientrato da un anno di lavoro a Parigi, e ora vaga immerso nei paesaggi della Costa Azzurra in sella alla sua bicicletta fino a ritrovarsi per puro caso di fronte allo scooter di suo cugino Toni, inguaribile donnaiolo, e a sbirciarlo dalla veneziana mentre si accoppia, con ardore, con Ophélie (Ophélie Bau, straordinaria esordiente con, per dirla à la Hitchcock su Brigitte Bardot, “il sesso stampato in faccia”), sorta di neo-Adéle intraprendente e maliziosa della quale Amin è goffamente e sinceramente innamorato, con un fidanzato impegnato al fronte nella Guerra del Golfo e tanta voglia di divertirsi con altri (e altre) pur facendo in modo che (quasi) nessuno lo sappia.
Sarà questa l’unica scena di nudo di tutto il film, ma mai per un attimo molleranno la presa il desiderio e la passione, la malizia e le allusioni, l’intimità e la carne. Kechiche, anche quando filma il sesso, o anche quando indugia sui culi (già, i culi, da sempre ossessione del regista ed eredità brassiana forse privata del suo retroterra politico ma non di quello filosofico – “il culo è lo specchio dell’anima” – né del suo sconfinato erotismo) delle giovani e straordinariamente belle protagoniste, non è mai volgare, perché quello che il regista davvero inquadra è la passione, sono i fremiti, sono le emozioni che deflagrano fra l’amore e l’orgasmo, fra un sorriso e un vagito, fra un silenzio e un bacio appassionato, fra un’aspettativa e il boccone d’amarezza che bisogna necessariamente ingoiare quando la timidezza fa sprecare ancora una volta le occasioni. Kechiche riesce a filmare l’infilmabile, l’imperscrutabile, la fiamma emotiva, il sentimento, l’ardore, ma anche il sentore di inadeguatezza, racchiudendo nelle fragole (già di Adéle) quell’innocenza che continua a pulsare nonostante tutto, nonostante i tradimenti, nonostante le esperienze, nonostante le bugie, le lacrime, la realtà dissimulata o per lo meno alla quale girare intorno.

Più che il “canto” che il sottotitolo suggerisce, Mektoub, my love è un “conte”, un racconto di formazione rohmeriano nel quale Kechiche innesta i corpi e la carne, che si pone come “conte d’amour et jeunesse” ripassando necessariamente per il Conte d’été, per le vacanze estive dei vent’anni, per un ritorno a casa fatto di seduzioni e di sguardi, di amicizia e di amore (im)possibile da dichiarare, di famiglia e di sentimenti, di giochi erotici e di vitalità giovanile, di sfioramenti e di danze, di chimica e di sogni, di bikini slacciati e di primi passi sull’erba, di cubi in discoteca e di pali leccati, di peli pubici e di seni esplosivi, di tensione erotica e di culi che strabordano dagli shorts, ma anche di frustrazioni e di irrigidimenti. Perché Amin è (silente) innamorato solo di Ophélie, colei che emerge (quasi nasce, proprio come faranno i suoi cuccioli di capra) come se fosse una magia dalle fotografie stampate in camera oscura, e le altre donne che pure ripetutamente lo puntano nella promiscuità legittima e divertita dell’estate giovanile non contano, vanno allontanate, forse anche quando, come Charlotte, assomigliano a Ophélie nei colori scuri, mediterranei, e nel fisico formoso. Anche perché, come la bionda nizzarda Céline insegna quasi subito ad Amin, se non si è abbastanza incisivi e lesti nel corteggiamento arriverà inevitabilmente qualcun altro a portarsela via. Come se Amin, il regista, avesse scelto di osservare anziché vivere, in una perfetta contrapposizione di sguardo ed esperienze.
Ispirandosi molto liberamente al romanzo La blessure, la vraie di François Bégaudeau, Kechiche ne stravolge totalmente la narrazione, mantenendo giusto i nomi di qualche personaggio e mettendo in scena il romanzo di formazione di Amin in forti tinte autobiografiche e metacinematografiche, spartite fra pedinamenti asfittici e teleobiettivi, voyeurismo e “sofferta” eterosessualità di chi fatica a fare quel passo, a vincere la timidezza, a guardare negli occhi e a “provarci” senza più nulla da perdere. Mektoub, my love: canto uno sono i giochi di ruolo fra chi “rimorchia” e chi sperava accadesse, sono le storie “di copertura” di chi mente senza alcun pudore pur di circuire gentili pulzelle, sono le dinamiche di attrazione e di seduzione che si rincorrono fra adulazioni e mendaci “ti amo”, sono le “torri umane” che giocano in spiaggia pronte a spintonarsi e cadere fra schizzi e risate, sono le ossessioni del regista e la sincerità della gioventù raccontata e messa in scena, e soprattutto è il romanticismo tenero e ancestrale che nasce fra Amir e Ophélie senza che in sostanza fra di loro succeda (ancora) nulla. Un romanticismo fatto di biberon e di agnellini, di leggeri sfioramenti nell’aiutare a chiudere un orecchino e di pazienti attese per poter fotografare quel miracolo della vita che poi nient’altro è che la santificazione della sessualità e delle sue pulsioni, di consapevolezza e di reciproca e mai dichiarata attrazione, di confessioni e di sfoghi, di proposte (in)decenti e di attese spasmodiche, anche se forse l'(in)evitabile sarà destinato a non accadere mai.

Lo sguardo di Kechiche, proprio come quello del protagonista Amir dietro alla sua macchina fotografica, è puro, accorato, innamorato della vita. È uno sguardo voyeurista che risveglia il sano voyeurismo centrale per ogni spettatore, e proprio per questo è uno sguardo intimo e sincero, quello di chi guarda il mondo e ne è intimamente (magari anche perversamente) attratto, e quello di chi cerca il vero nella finzione, in un dialogo e un’emozione che siano più reali di un documentario. È uno sguardo che si concentra su come in arabo ci siano ben due modi differenti per dire ti amo, proprio come sempre dall’arabo Kechiche tira fuori il titolo: “Mektoub” vuol dire “destino”, ed è in effetti il destino a guidare i personaggi e a modificare i loro rapporti, fra conoscenze casuali e commenti che sarebbe stato meglio evitare, fra le due belle nizzarde che decidono di andare in vacanza a Séte proprio in quel momento e il caso che proprio in quel momento fa loro conoscere Amin e Toni, fra il ristorante di famiglia e il gruppo di amici e parenti che nasce, cresce, balla, limona, scopa, ama, condivide un frammento e un percorso di vita. Lo sfondo sul quale la macchina a mano di Kechiche si muove fra luce e buio, fra il giorno e la notte, fra la spiaggia e i locali, fra i volti e i corpi, è quello di una Francia periferica e tranquilla nella sua prima metà degli anni Novanta, una Francia giovanile ancora senza cellulari né tanto meno social network, una Francia di insulse gelosie e di ancor meno sensate competizioni, una Francia di rapporti umani ancora gestiti a voce e di semplicità della vita rurale, fra animali e sogni, fra giocosi baci saffici e alcool, fra uno zio più che vagamente erotomane che ci prova con qualsiasi donna respiri e una zia ancora giovane, piacente, viva. Ma soprattutto quella messa in scena è una Francia di reale integrazione, che mantiene ben vivo il ricordo di Hammamet ma si sviluppa sul litorale della Costa Azzurra, che unisce la tradizione delle musiche mediorientali con le ultime hit da ballare in discoteca, che non bada al colore della pelle né al nome portato in dote dall’Africa, in un cinema pronto a tornare nel recente passato forse anche come segnale di apertura e di abbraccio fraterno in un presente falcidiato dal terrorismo.
Amin/Kechiche, accanito cinefilo impegnato a guardare film muti sovietici degli anni Trenta, è al contempo regista e semplice attore della sua vita, saldo nei suoi sogni di gloria e talentuoso nella fotografia, ma in sostanza incapace di andarsi a prendere il suo vero amore, bloccato dalla sua timidezza e dalla sua profonda emotività, reso impotente dalla potenza autodistruttiva del suo stesso sentimento e del suo stesso sguardo. E quindi (auto)condannato al voyeurismo (registico), a guardare e non toccare, a vedere gli altri che vivono la vita da lui sognata, a “essere amico”. Non può fare altro che stare alla finestra, attendere, lanciare segnali inequivocabili ma mai diretti fino a proporre a Ophélie un set fotografico di nudo che non si sa se lei accetterà mai. Ma non riesce mai a fare il vero passo, non riesce ad avvicinarsi a sufficienza per baciarla, non riesce a cogliere l’attimo. E non sarà di certo la modella russa destinata a rimanere fuori campo e poi a non essere in albergo la destinataria dei sentimenti di Amin, e forse nemmeno l’oggetto della sia attrazione. L’energia della giovinezza sembra quasi lambirlo senza realmente abbracciarlo, mentre a incarnarla sono piuttosto Ophélie e suo cugino Toni, le opposte turiste Charlotte e Céline, ma anche gli altri componenti della famiglia che, nello spaccato umano e sentimentale portato sullo schermo da Kechiche, entrano nella (non) vicenda come tasselli di una gioventù esuberante e libera, emotiva e intima, alla quale Mektoub, my love: canto uno è un inno vitale e stordente. È impossibile staccare gli occhi dallo schermo, è impossibile non condividere il percorso di Amin, è impossibile non rimanere a bocca aperta per tutti gli impercettibili 186 minuti senza finale, nei quali ruolo fondamentale ha anche ciò che rimane fuori campo, ciò che traspare solo dai pettegolezzi e dai litigi, dai discorsi e dalle aperture, dalle assenze e dalle fughe. La vacanza di Mektoub, my love: canto 1, come tutte le vacanze, sarà destinata a finire, ma non finirà il suo ruolo centrale nella maturazione umana, emotiva, sentimentale e carnale di Amin, al quale ancora una volta il destino, Mektoub, mon amour, ha riservato un nuovo incontro in spiaggia con Charlotte, da cui incamminarsi, proprio come Adéle procedeva verso il prosieguo della sua vita, per un pranzo insieme cucinato con passione, abilità, semplicità. Amore? Lo scopriremo nei prossimi Canti, quando arriveranno, se davvero arriveranno. Per ora, rimane la consapevolezza di aver assistito a un film straordinario, probabilmente il migliore di Abdellatif Kechiche, cinema purissimo che si pone senza dubbio fra le visioni più corroboranti e imprescindibili dell’anno. Un film apparentemente semplicissimo, eppure acuto, magmatico, commovente, strabordante di significati e di realismo. Un film semplicemente magnifico, ancestrale, miracoloso. Come la giovinezza, come l’amore, come la vita.

Marco Romagna

edit
22.5.2018
Si comunica che il film “MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO” di Abdellatif Kechiche distribuito dalla VISION Distribution
è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.
Motivazione:
Abdellatif Kechiche condensa in tre ore di danza estatica il senso di un’estate e della giovinezza che porta via con sé. Un viaggio ipnotico e vitale verso il sole morente, tra passioni e amori, noia del quotidiano e sensualità. Alla ricerca, una volta di più, del senso dell’esistere.