IL GIOVANE KARL MARX (2017), di Raoul Peck

Esistono modi potenzialmente infiniti per realizzare un biopic. In apparenza Il giovane Karl Marx di Raoul Peck porta su di sé i tratti di questa macrocategoria secondo i canoni più collaudati per il grande pubblico: al centro più figure di fondamentale rilievo storico, accurati costumi e scenografie, il ritaglio di personaggi colti a un crocevia epocale di cui essi stessi costituiscono punto di svolta, per inquadrare e rifrangere capisaldi della storia nel loro specifico peso culturale. Ma rispetto a un modello invalso soprattutto nella retorica espressiva occidentale, Peck si rende protagonista innanzitutto di un fondamentale pregio, ossia l’assenza dell’enfasi, della celebrazione acritica in pompa magna, evitando anche il ricorrente e fastidioso perdersi dietro al privato che, specie nei biopic americani o discendenti da quel modello, tanto poco ci interessa quanto spesso sembra giungere semplicemente a rimpolpare il racconto o, peggio, a volerci far amare ad ogni costo le figure principali tramite ricatti emotivi di vario genere. In tal senso Peck sembra condurre un’operazione su Karl Marx e Friedrich Engels già rispettosa dei loro stessi principi: le lacrimosità private sono materia borghese, il compiacimento del pubblico distoglie dalla riflessione e dalla lotta. Ci vuole lucidità, non occhi lucidi. Il giovane Karl Marx lascia ampio spazio alle vite private e familiari dei suoi due protagonisti, ma inserendole costantemente all’interno di un significativo e coerente tracciato formativo. Il privato è certo pubblico, ma solo nella misura in cui esso possa contribuire a comprendere meglio e più a fondo il percorso e la crescita di chi tramite le proprie idee riuscì a risvegliare identità e coscienza nelle masse. Negli anni ormai profondamente anti-ideologici che stiamo vivendo (e se qualche traccia di ideologia continua ad affiorare, non è delle più amabili), qualsiasi lavoratore è consapevole di sé per buona parte grazie a un’acquisita coscienza che è frutto di un’onda lunga e pressoché inesauribile. La didascalia finale del film lo ribadisce con forza, e a piene ragioni.

Il lavoro di Peck è dunque sostenuto da un’ammirevole sobrietà, assai poco incline ai sovratoni e tutta concentrata sul confronto di idee. Se di biopic si tratta, ci troviamo di fronte per l’appunto al “biopic di un’idea”, di come nasce e a poco a poco s’impone su forme rapidamente invecchiate di socialismo, e di come vede la luce per tramite di veicoli umani. Per un film che narra gli albori della lotta di classe, generatrice in quanto tale di chiari e netti confini tra alleati e nemici (in prefinale, è Engels a tracciare un decisivo confine tra i due fronti rifiutando l’ecumenica fratellanza di tutti gli esseri umani), è altrettanto ammirevole la capacità di trattare con equidistanza e rispetto le varie posizioni in campo, dando conto di un progressivo incedere condotto tramite il confronto e pure l’accesa destituzione di forme ormai inadeguate di contestazione. Lontano dalla celebrazione autoreferenziale, Peck festeggia Karl Marx semplicemente nella forza del suo messaggio, nella sua determinazione e coerenza, tipica di chi crede fermamente alle proprie idee, concedendo al personaggio soltanto un sorriso compiaciuto per la sua scaltrezza e capacità di fare dialetticamente piazza pulita dei suoi interlocutori. Dell’eroe piacione da biopic resta soltanto una certa spavalderia, tenuta comunque a briglia cortissima. Così facendo, Raoul Peck si mostra capace di rendere appassionanti quasi due ore per la maggior parte dedicate a intensi confronti di idee, mai ridotte a bignami o semplificate per il grande pubblico. Pure l’impianto di costumi e scenografie appare curato ma non ostentato, secondo una linea di “ricco pauperismo” in cui si riconduce alla sobrietà del pensiero pure l’elemento più facilmente fruibile (l’eleganza profilmica) da un pubblico borghese. Il biopic classico, insomma, viene passato in un bagno di essenzialità e secchezza, poiché le ragioni dell’importanza di Marx ed Engels stanno decisamente altrove, e qualsiasi trattamento pompieristico delle loro vicende si sarebbe tramutato in ridicolo travisamento.

Lasciando decantare dunque i fascini immediati del film biografico, Il giovane Karl Marx conserva il suo impianto popolare nel dichiarato intento didattico. Raoul Peck riassume l’emergere delle posizioni di Marx ed Engels ripercorrendone i passi salienti con sintesi e pregnanza, assumendosi un compito dichiaratamente umile e al contempo prezioso (quantomeno perché finora nessuno l’aveva fatto), ossia condurre una concisa lezione di politica ed economia storica, sorretta da una minima drammatizzazione, che possa servire come primo approccio a chi volesse conoscere più a fondo la portata storico-culturale di due pensatori in lotta. Visto che oramai i profili di Marx ed Engels sono impolverati da una generale e pluridecennale decostruzione di ideologie, l’operazione di Raoul Peck rischia di apparire quasi una riesumazione antiquaria, accolta magari con un mezzo sorriso da chi si profonde per liquidare il passato, perché adesso il presente è già futuro. E magari in epoca digitale siamo finiti davvero dalle parti di quella “fratellanza ecumenica” che Engels rifiutò recisamente: domattina posso svegliarmi e twittare con Donald Trump, in un apparente e consolante annullamento delle distanze sociali. In tal senso Il giovane Karl Marx assume ancora maggior rilievo proprio per l’epoca in cui ha visto la luce. Al di là della sua interna testualità, il film è anche intertesto rispetto ai suoi anni e si configura come una parola spesa a favore di una reale, tangibile comunanza d’intenti, condotta fianco a fianco, viso a viso, e non tramite il filtro di un device di ultima generazione. Ne è prova la sostanziale priorità che il film dedica al racconto puro e semplice della nascita e crescita di un’amicizia, anche in questo caso prosciugata di qualsiasi retorica. Amicizia come graduale osmosi e condivisione di pensieri e valori, come stima reciproca che si fa largo dopo un’iniziale diffidenza, come dedizione comune a progetti e obiettivi. E’ il primo nucleo del Comunismo: dividere la propria mente in due, metterla in circolo e in dialettica con altri, farsi una bevuta insieme e tornare a casa ubriachi dopo aver con-vissuto. Prima della condivisione materiale, c’è la condivisione di una mente. Secondo tale ragionamento Raoul Peck dà voce a un profondo sentimento umanistico, che riporti l’uomo al centro di se stesso tramite le sue azioni e il suo intervento attivo. Se vogliamo cedere al giochino del “chi-ci-piace-di-più”, in Il giovane Karl Marx più di una volta si ricava l’impressione che l’Engels di Stefan Konarske rubi la scena al più celebrato Marx interpretato da un pur buono August Diehl. Aiutato da un profilo umano segnato da una tormentosa contraddizione (Engels era figlio di un padrone di filande), ci trascina da inizio a fine congedandosi con lo splendido monologo al congresso della Lega dei Giusti. E intanto viene voglia di condividere un pensiero con qualcuno.

Massimiliano Schiavoni

03 aprile  2018
Si comunica che il film “IL GIOVANE KARL MARX” di Raoul Peck, distribuito da JUST WANTED srl Distribuzione,
è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.
Motivazione:
Il regista haitiano Raoul Peck si muove sui binari del film biografico per riscoprire a 170 anni dalla sua stesura i motivi e le esperienze che spinsero Karl Marx e Friedrich Engels a pubblicare Il manifesto del Partito Comunista, sconvolgendo di fatto la realtà socialista e comunista per sempre. Un’opera che riscopre il valore didattico del cinema senza perdere mai di vista la passione narrativa e l’afflato dirompente della dialettica. Perché una rivoluzione è sempre una pietra che rotola.