SEIF TAGREEBY / EXPERIMENTAL SUMMER (2017), di Mahmoud Lotfy

Molti pensano che la vera essenza del cinema sia mettere al centro se stesso, ridiscutersi, ricitarsi, riavvolgersi. Storie di prefissi, come se nella propria essenza doppiamente passata il ri-retorico ne accennasse una primordiale natura autorappresentativa. Capita spesso di trovarsi a vedere film che parlino, raccontino e traslino altre pellicole diventando essi stessi strumento di invocazione e opera stessa, molto meno sovente invece capita di imbattersi in lavori che mettano al centro la provvisorietà di un film invisibile (non esistente forse?) per poi circumnavigarlo continuamente, ritrovandosi ad averlo così girato. Difficile da comprendere pienamente, Experimental Summer (Seif Tagreeby) è tutto questo, complesso e vorticoso controcanto di/al/per il cinema che non si nega mai e che si mostra continuamente proprio nella sua mancanza. La ricerca di questa pellicola dispersa da parte del giovanissimo autore Mahmoud Lotfy e del suo traghettatore Zainab Magdy è una coraggiosissima erranza sul senso stesso dell’archiviazione, della memoria, della politica di uno strumento filmico che in paesi dall’esistenza tribolata, come può essere l’Egitto dell’ultimo mezzo secolo, acquista ben più significato di quello artistico e di intrattenimento.

Seif Tagreeby, girato nel 1980, sarebbe dovuto essere un film di importanza fondamentale, prima opera realmente indipendente egiziana, primo tentativo di produzione al di fuori dall’agenzia governativa, primo reale sforzo dialettico e linguistico nel definire l’urgenza culturale di una nazione. La versione originale, però, non esiste più, il regista è scomparso in circostanze misteriose e coloro i quali erano coinvolti nella realizzazione non sembrano del tutto coscienti (o forse interessati) alla perdita. Restano allora i due ragazzi sulla strada alla ricerca di informazioni e verità sul quel film così conosciuto (ne sarebbero state realizzate ben 23 diverse versioni successive) ma mai visto in questa forma. Emerge pian piano una realtà contrastante, fatta di piani sempre più molteplici e intersecanti in cui la resistenza dell’espressione passava attraverso proiezioni casalinghe nei caffè come nelle cantine, e il ricordo di un’esperienza del genere (e degenere) oramai pare totalmente smitizzato e confuso in una realtà egiziana sempre più vorace e occidentalizzata, sempre parlando di capitalismo culturale, in cui a nessuno pare importare riscoprire, o quantomeno ritrovare, quella fantomatica copia. Il detour si conclude, apparentemente, così in un’altra dispersione, i suoi esploratori non riusciranno a capire nemmeno se quel film fu girato in estate oppure in inverno (quale era la diceria), ma sapranno per certo che è venuto prima della segreteria telefonica (la riproducibilità forse?).

In/di tutto questo, Mahmoud Lotfy (de)struttura tutto il possibile, nel suo viaggio vorticoso mette in scena interviste, inventa presentazioni, incrocia occhi e camere, rigira scene pensate per il film scomparso, crea ellissi continue, gioca nella sparizione di quella pellicola per poter dare vita alla sua. Nella mappatura impossibile di una storia nascosta così germogliano mille traiettorie che man mano acquisiscono molteplici verità sempre più provvisorie. Il cinema in fondo è un luogo unico di espansione, digressione e riproduzione, in cui qualsiasi conoscenza universale e necessaria si scontra continuamente con l’amplificazione di un conoscere che continua a interrogarsi su uno strumento artisticamente ancora lattante, eppure spesso già così logoro. Nel finale, in uno splendido e lunghissimo travelling con la macchina puntata verso il cielo, Mahmoud ammetterà alla camera di aver nel suo hard disk il film, con tutte le sue versioni riprodotte, ma gli dovremmo credere? Non sapremo mai se Seif Tagreeby (Experimental Summer) sia mai esistito in qualche tempo e spazio remoto, probabilmente la finzione anche questa volta è stata più reale della realtà più vera, ma ora sappiamo che questo film c’è davvero, se non altro nella suggestione di averne cercato un altro. Esperimento riuscito, nonostante la stagione.

Erik Negro