ESSENTIAL TRUTHS OF THE LAKE (2023), di Lav Diaz

«Tu non ce li hai gli incubi?», chiede il tenente Hermes Papauran già protagonista del precedente When the waves are gone alla sua diretta superiore in polizia, subito dopo avere ottenuto di riaprire l’ennesimo cold case irrisolto che da quindici anni non lo lasciava dormire. Una domanda retorica che non ha bisogno di alcuna risposta, basta un’ombra che per un solo istante si dipinge sul volto della sua ex-compagna di corso che, proprio come lui, aveva scelto di entrare nel corpo per amore della legge, della giustizia e del popolo, e non certo per eseguire ordini, non di rado criminali, atti a terrorizzare, perseguitare, calpestare e uccidere sistematicamente i civili, impartiti dalle stanze del governo nell’ambito della “lotta alla droga” e della “sicurezza” di facciata del pugno di ferro fascistoide di Duterte. Eppure il senso del dovere le impone di ricomporsi, di non dire una sola parola sui sensi di colpa che perseguitano anche lei e la sua etica ogni giorno e ogni notte della sua vita, e di congedarsi dall’investigatore e amico con il saluto militare d’ordinanza. Un silenzio, così lontano dai patti e dalle parole (d’ordine) che in un corpo di polizia così intimamente marcio e corrotto si possono pronunciare solo dove «non c’è nessuno», che è in qualche modo lo stesso di un’intera nazione irrimediabilmente (ri)avviata verso il disastro, sin dal 2016 massacrata e martoriata da migliaia di uccisioni-purga di innocenti senza nemmeno il bisogno che negli anni Settanta aveva la legge marziale di occultare i cadaveri, ma anzi lasciandoli esposti alla stregua di trofei accompagnati dal cartello «sono uno spacciatore», mentre si spianava la strada per il ritorno nelle stanze che contano dei Marcos con l’elezione alla presidenza del Paese di inizio 2022 del figlio dell’ex dittatore. È per questo che Lav Diaz sceglie proprio il marzo 2019 momento dell’uscita unilaterale delle Filippine dalla giurisdizione del Tribunale Internazionale dell’Aia, garanzia definitiva di impunità per il sistema di repressione instaurato dall’ormai ex presidente e sostanziale mandante dell’epidemia di omicidi che ha ridato il via ai corsi e ricorsi storici di un regime non più dichiarato ma ancora identico perfino nei cognomi, per far partire la narrazione del suo nuovo Essential truths of the lake. Salvo poi interromperla, insieme all’indagine che viene nuovamente chiusa senza soluzione quando l’ossessione bruciante e disperata del protagonista nei confronti del caso-emblema di migliaia di altri sconfinerà in una vera e propria esplosione di paranoia e follia, e poi riprenderla ancora, con in mezzo il disastroso spartiacque dell’eruzione di inizio 2020 del vulcano Taal, le vittime, le evacuazioni e la spessa coltre di cenere che ricopre la terra, con una seconda parte di progressiva e inevitabile resa ambientata all’incirca un anno dopo, quando i capelli del detective sono diventati ormai lunghi e la sua ricerca di una verità evidentemente impossibile non avrà ormai più alcun senso: non gli resterà che cercare gli ultimi barlumi di residua umanità in una realtà diventata (anche naturalmente, quasi come una naturale evoluzione del politicamente) post-apocalittica. L’ennesima tappa storica di un Paese da sempre martoriato, condannato all’iniquità e alla sofferenza, prima dal colonialismo spagnolo e poi dall’imperialismo statunitense, e infine dall’alternarsi di dittature (pseudo)fasciste e di successivi governi legittimamente eletti eppure allo stesso modo criminali, destrorsi e violenti. Regimi del tutto opposti alla democrazia che dicono di incarnare, e che Lav Diaz non ha (più) alcuna paura a far nominare apertamente ai suoi personaggi, senza più la necessità di andare nel passato prossimo o remoto alla ricerca di analogie ma mettendosi a scavare in quello recentissimo, che in soli sei anni ha ineluttabilmente reintrodotto, anticipato e preparato quello che è il presente, o forse sarebbe meglio dire l’attuale e atterrente ritorno al passato, delle Filippine. Per un film forse più “mentale” e meno “fisico” rispetto ad altre volte, meno interessato alla ricerca di picchi emotivi per privilegiare l’urgenza e la chiarezza del discorso politico (compresa una forse ancor più drammatica situazione femminile), eppure ancora una volta semplicemente bellissimo. Un sostanziale prequel (obbligato, vista la morte in scena del protagonista nel magnifico finale del film precedente) che per scavare all’interno delle anime contrastate di una nazione rispetto a When the waves are gone non ha più bisogno di creare dualismi fra poliziotto buono e poliziotto cattivo, ma preferisce lavorare sulla contraddittorietà della natura umana, sulla coesistenza di razionalità e aspetti animaleschi, di una deontologia e di una moralità personali che non sopportano più la convivenza con i fantasmi degli uomini uccisi e con gli ordini criminali del governo, di una ricerca di verità che mai e poi mai verranno fuori che è diventata ormai un puro «desiderio masochistico», l’unico modo per sopravvivere a se stessi. Una dicotomia che dilania dall’interno Hermes Papauran, proprio come dall’esterno lo dilanierà sempre più fino alla fine della sua vita quella psoriasi evidente metafora del disfacimento epidermico di un Paese.

Del resto in Essential truths of the lake, presentato dal grande autore filippino nel Concorso Internazionale di Locarno nove anni dopo averlo vinto con From what is before, anche la stessa struttura narrativa incarna e mette consapevolmente in scena una dicotomia, per un film come si diceva a due volti (linguistici, visivi, concettuali, di genere), separati dal telegiornale che racconta l’apocalisse piroclastica di Batangas. Un lavoro prima frammentario come un mosaico – e quindi come un’indagine, fatta di continue piste da seguire con metodi più e meno convenzionali e poi da abbandonare quando portano fuori strada, fra piani temporali che si intrecciano, flashback (che a volte anticipano anziché seguire il ritorno sui luoghi e le domande dell’investigatore) che dal 2019 dell’indagine tornano indietro fino al 2005 dei momenti precedenti alla misteriosa sparizione dell’attrice e attivista Esmeralda Stuart, improvvisi suicidi fuori campo (o forse si tratta dell’ennesimo omicidio? ci si può fidare dei colleghi? e più in generale cosa è vero e cosa è falso?) per non essere costretti a parlare proprio mentre il protagonista sta impartendo l’ordine di liberare il prigioniero, almeno un paio di strabordanti sequenze oniriche-ossessive e altre macchine da presa a mano che fra meta-documentari e meta-finzioni a tratti soggettivizzano nella meta-regista interpretata da Hazel Orencio l’oggettività della macchina di Lav Diaz – e poi invece perfettamente lineare in quella che sarà la seconda parte di umanità e annichilente devastazione (geografica, personale, collettiva, sociale), in cui gli stilemi del noir lasciano il passo all’intimismo della più distopica disillusione, e il digitale curatissimo delle prime due ore abbondanti di Essential truths of the lake (e di buona parte del cinema di Lav Diaz) diventa il 16mm (già di When the waves are gone ma questa volta progressivamente più sporco, graffiato e granuloso) dell’ultima ora e mezza in cui il protagonista ritorna ancora una volta sul luogo e sul caso irrisolto e irrisolvibile. Come se la cenere e il pulviscolo fuoriusciti dal vulcano si posassero in qualche modo anche sull’immagine, come se la perdita del fuoco sull’indagine non potesse che portare a una pasta meno definita, o come se la continua e tormentata ricerca di corpi e di anime – non solo quella di Hermes alla sempre più angosciata e maniacale ricerca della ragazza scomparsa quindici anni prima, ma anche quella dell’uomo che scava nella cenere alla ricerca dei corpi della sua famiglia sepolti dall’eruzione, anche quella del ragazzino che ha perso entrambi i genitori in un incidente, anche quella della madre che ha appena perso il figlio ucciso mentre vendeva fette di torta, anche quella dell’uomo ormai solo che non teme il vulcano perché già «pronto a morire», anche quella della vedova che ospita Hermes in una delle sue capanne di bambù – non potesse che portare alla fisicità sgranata della pellicola e alla sua capacità di astrarre la realtà per far vedere l’invisibile. Quello di una realtà in cui ogni pista seguita da Hermes Papauran, ossessivo al punto di abbandonare la famiglia, dormire come capita sotto un albero, rubare il costume da Aquila delle Filippine e trasformarsi egli stesso nella donna-uccello a cui tenta disperatamente di restituire la verità e la vita, puntualmente non lo porterà mai a nulla se non a un progressivo disgregarsi, ogni singola volta, nell’ennesima disillusione, nell’ennesimo fallimento, nell’ennesimo dolore. Quello di una realtà in cui alla memoria e alla verità sulla donna scomparsa oggetto dell’indagine – ma potrebbe essere qualsiasi vittima del governo Duterte, o prima di lui Marcos senior, oppure adesso Marcos junior che non ha di certo smantellato i danni e le iniquità del precedente (mal)governo – si è ormai definitivamente sostituita la leggenda sempre falsa che la vuole alternativamente prostituta, al contrario semi-santa martirizzata da un pastore, o ancora persona mentalmente instabile ricoverata in segreto in manicomio. Quello di una realtà in cui a Hermes non resterà altro che incontrare e tentare di aiutare a sopravvivere gli ultimi superstiti che hanno rifiutato l’ordine di evacuazione, passando di fatto da investigatore a caritatevole benefattore. O forse non gli resterà altro che piangere insieme a loro, abbracciati, sconfitti e disincantati, apparentemente impossibili da consolare nel non poter più fare a meno di arrendersi, ma al contempo di non perdere mai l’ultimo filo di speranza. Quella con cui non smettere mai e poi mai di cercare e cercarsi fra le macerie di una nazione, fra le tracce insanguinate delle verità essenziali che ancora (e forse per sempre) giacciono sommerse fra le placide acque di un lago di lacrime.

Marco Romagna