COMPTE TES BLESSURES – A TASTE OF INK (2016), di Morgan Simon

Con i volumi di produzione cinematografica odierni il termine arte usato in relazione al cinema suona sempre più inappropriato. Certo, esistono ancora film d’arte, ma la maggior dei registi oggi fa intrattenimento, o forse ancora qualcos’altro, ma probabilmente non arte. L’esordio di Morgan Simon (già, un altro esordio) è uno di quei prodotti d’intrattenimento talmente ben riusciti che il solo appiccicargli addosso l’etichetta di prodotto d’intrattenimento ci fa automaticamente sentire un po’ a disagio. Il film è davvero pieno di molte tra le cose che tendono a fare di un racconto un buon racconto. Ci sono un conflitto archetipico, una storia d’amore impossibile e una caratterizzazione ambientale presente, funzionale alla storia ma mai invasiva, mai overplayed. E in più quel tratto tipico e insieme inafferrabile che sempre accomuna la buona arte e l’ottimo intrattenimento: sembra tutto vero.
Questo genere di effetto non è mai solo il risultato di uno sforzo tecnico, eppure sarebbe sbagliato escludere la questione tecnica dal discorso. E poi comunque i pregi tecnici sono l’unica cosa che possiamo tentare di definire, quindi, andando avanti con l’elenco: i personaggi sono al contempo essenziali e complessi, la scrittura è stratificata ma mai sopra le righe e i vari livelli del film comunicano in modo talmente armonico da sembrare uno solo. Nel complesso Simon realizza con questo primo lungometraggio un eccellente lavoro di semplificazione del materiale a sua disposizione, tanto da trasformare un pugno di spunti problematici e potenzialmente molto rumorosi nel più essenziale dei triangoli amorosi. E lo fa talmente bene che a tratti questa specie di Edipo sembra quasi leggero.
Una menzione speciale va inoltre a Monia Chokri, che forse avrete visto senza memorizzarne il nome in Les Amours Imaginaires e Laurence Anyways di Xavier Dolan, e che qui è più vera del vero, in parte come solo si può essere in un film che ti riguarda personalmente.

Perché siamo in guerra?
Compte tes blessures – titolo internazionale A taste of ink – mette in scena un conflitto padre/figlio che si spinge così in là da diventare appunto triangolo amoroso, con Vincent, ragazzo ribelle con una passione particolare per i tatuaggi e la musica hardcore, che s’innamora della nuova donna (Julia) di suo padre (Hervé) e in un certo senso finisce per portargliela via.
All’inizio del primo decennio degli anni duemila Norman Mailer pubblicò un piccolo pamphlet dal titolo Why we are at war? che raccoglie molte idee interessanti e offre un paio di spunti a dir poco lucidi sul tema del terrorismo, in particolare riguardo agli effetti che un attentato produce sulla popolazione del Paese che ne è colpito. Mailer cominciò a mettere insieme questa sorta di quaderno di appunti a tema subito dopo l’11 settembre e andò avanti a collezionare note per un paio d’anni, testimoniando con il suo taglio molto personale la prima fase della cosiddetta guerra al terrore. Tra le cose migliori del libro c’è quest’idea secondo cui un attacco terroristico getta sempre il Paese che ne è bersaglio in una profonda crisi d’identità, perché rappresenta un atto di ostilità così radicale che nessun popolo può ammettere a se stesso di esserselo meritato. L’immagine che gli aggressori offrono del Paese che subisce l’attacco e quella che quest’ultimo ha di se stesso divergono a tal punto che nessuno al suo interno può conservare un’autorappresentazione solida e confortevole. Nemmeno, ovviamente, la nazione stessa e le sue istituzioni. Mailer parla degli Stati Uniti, ma il discorso è valido anche per la Francia di oggi, dove a dirla tutta s’impone un livello d’analisi in più, considerato che gli attacchi non vengono dall’esterno ma sono quasi sempre organizzati e portati a termine da cittadini francesi. In questo caso particolare, quindi, la crisi d’identità non solo segue l’aggressione, ma ne è per forza di cose anche premessa.
Non è mia intenzione ridurre ogni produzione francese del recente passato o del prossimo futuro a un’allegoria del terrorismo, sarebbe assurdo, anche perché il film di Simon non parla mai di terrorismo. Eppure questa riflessione sull’identità nazionale non c’entra ma c’entra, perché il terrorismo interno, che è ovviamente anche un problema di per sé, è però soprattutto il risultato di tutte le fratture che attraversano le società all’interno delle quali il fenomeno si sviluppa – e non c’è dubbio che oggi la Francia sia una delle comunità nazionali tra le più fragili e spaccate di tutto il mondo occidentale. Compte tes blessures, mettendo in scena il conflitto tra un padre e un figlio talmente incapaci di farsi famiglia da finire a contendersi lo stesso oggetto d’amore, porta sullo schermo esattamente questa frattura: riducendo l’intera questione all’archetipo, dà forma narrativa alle angosce di un paese sempre meno in grado di farsi comunità.

Leggero
La parte migliore del film è probabilmente il finale, perché più che in ogni altro momento, è qui che Simon dà mostra di sapersi prendere tutte le responsabilità che la sua storia gli impone. L’ultima sequenza è una sorta di resa dei conti onirica, durante la quale padre e figlio si litigano Julia addirittura nello stesso letto (il film piano piano stringe il campo, diciamo così), con Vincent che rende esplicita la sua infatuazione anche davanti al genitore, Julia che sempre meno esitante ricambia e il padre che preso atto della situazione cerca in un primo momento di stringerla a sé per trattenerla e poi si ritira nella stanza del figlio lasciando i due amanti da soli – tutto senza che nessuno dica una parola. Guardando questa scena per la prima volta si è tentati di credere che alla fine si risolverà in un sogno, perché i toni sono davvero surreali e niente lascia pensare che quanto vediamo stia succedendo sul serio, nemmeno nello spazio finzionale del film. Eppure alla fine Simon non fa nulla del genere e anzi chiudendo su Julia che lascia la casa di Hervé piangendo e Vincent che va a svegliare il padre nella sua stanzetta ancora da adolescente ci dice senza ammettere replica che quanto abbiamo visto è successo davvero. Il motivo per cui all’inizio ho usato l’aggettivo leggero per descrivere un film la cui storia di leggero ha davvero poco è per buona parte in quest’ultimo passaggio, che rimane una sequenza onirica anche se nessuno l’ha sognata, forse tanto più perché nessuno l’ha sognata. Diversamente da Vallo Toomla, del cui esordio ho scritto qualche giorno fa, Morgan Simon non smette mai di considerare il suo spazio di rappresentazione reale nemmeno quando questo cessa di essere realistico – e rifiutando ogni vincolo di verosimiglianza, ma mantenendosi sempre appena oltre il limite del naturalismo, realizza un film che è allo stesso tempo terribilmente serio e spoglio di qualunque pesantezza.

Mario Aloi