AGGREGATE STATES OF MATTERS (2019), di Rosa Barba

Prima di tutto c’è la materia in tutta la sua fisicità, c’è l’esperienza quasi tattile dell’analogico, c’è il costante e drammatico modificarsi di uno spazio fino a diventare in qualche modo la carne dei conflitti fra l’uomo e la natura. Non è certo un caso, in tal senso, che Aggregate States of Matters nasca originariamente come installazione, come decostruzione e ricostruzione di uno spazio, come vera e propria immersione nel luogo deputato alla visione del corpo di chi guarda e della tecnologia necessaria alla retroproiezione su uno schermo piantato nella sabbia. Eppure, come dimostrato già lo scorso gennaio dal Festival di Rotterdam e ora ribadito dall’intelligente intuizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro che lo ha selezionato per il concorso 2020 a dialogare apertamente con i vari Cenote di Kaori Oda, la Lùa Vermella di Patiño e Wasteland no.2 di Jodie Mack, può bastare una semplice sala cinematografica perché il film abbia perfettamente senso e funzioni in ogni sua istanza. L’unica condizione da cui l’ultimo lavoro dell’artista agrigentina ormai stabilmente adottata dalla Germania Rosa Barba non può in alcun modo prescindere è quello di essere presentato in pellicola, nel formato originale in 35mm. Con lo sfarfallio analogico dei bianchi quasi come fosse l’inumidirsi dell’occhio al momento di una lacrima d’addio, con il rimbombare nel vuoto del ticchettio del proiettore, con il dolce fischio della ventola che ne controlla il calore, con il sibilante sgusciare dell’emulsione fra gli ingranaggi. Con le parole che diventano nuovi e puri elementi materiali scritti nello spazio, con gli antagonismi fra uomo e luogo sottolineati dagli insistiti stridori di uno straordinario lavoro di sound design su banda ottica, e soprattutto con la grana pronta a ricomporsi in più paste e in più formati, cangiante e polverosa come gli ambienti, provvisoria e ingannevole come il tempo e la memoria. Una memoria geologica, naturale, rigorosamente materica, in cui l’uomo e il suo habitat camminano insieme fra simbiosi e frizioni, incerti fra la reciprocità e la distruzione, fra la natura e la cultura, fra la più ancestrale appartenenza alla fertile mitologia dei luoghi e i più spietati effetti collaterali sull’ambiente e sul clima del progresso tecnologico. Una memoria forse destinata a scomparire nelle eterne trasformazioni del pianeta, tanto drammaticamente accelerate dall’uomo che forse non ha nemmeno più senso considerarle sincroniche o cronologiche; una memoria fatta di vedute e di volti, di tubi ferrosi o di plastica che corrono invasivi e innaturali lungo la terra e il fango dei pendii, di ghiacci che si pensavano immortali e che invece progressivamente si staccano, si riducono, si sciolgono, lasciando lo spazio alla loro ultima onda – rigorosamente anomala – di morte.

Girato sulle Ande peruviane fra la popolazione quechua e i ghiacciai che stanno lentamente scomparendo nell’irreversibile modificarsi del clima, Aggregate States of Matters lavora direttamente sugli elementi e, appunto, sul loro costante aggregarsi e disgregarsi, alla ricerca di tracce socio-culturali e di nuovi indizi rigorosamente analogici con i quali indagare sull’ambiguità dei rapporti fra la natura e chi la abita. Da una parte c’è un presente naturale ormai relegato a passato, e dall’altra un futuro che diventa negazione di se stesso, oramai apparentemente incapace di creare ma solo di distruggere. I suoni campionati della natura, proprio come il paesaggio, vengono elaborati dall’uomo in un sinistro presagio, mentre persino la parola, del tutto negata nell’audio ma più volte presente sullo schermo, diventa puro segno e simbolo dell’interdipendenza/dicotomia fra l’ambiente e la cultura. Tanto che ormai non c’è più spazio per una frase intera, per un discorso esplicito. Ci sono solo parole-chiave che si formano nel paesaggio che si scioglie, e che costringono l’occhio dello spettatore a correre repentinamente per lo schermo sul quale si installano alla ricerca dei loro significati, o forse più semplicemente di un proprio posto in un mondo che si evolve tanto rapidamente da diventare irriconoscibile. Non ha più senso la scienza, non ha più senso la Fede spirituale, non ha più senso la tecnologia, non ha più senso la filosofia e forse non ha più senso nemmeno il tempo, quando il progresso diventa un’autorete, una devastazione, un mezzo senza più un reale fine a giustificarlo. Rimane solo l’accumulo visivo, lo sguardo sulla natura attraverso le opere dell’uomo e lo sguardo sull’uomo attraverso la natura in cui vive; rimane solo la narrazione, sospesa fra il documentario e il rifugio onirico, dell’eterno e vicendevole tentativo di domarsi fra l’uomo e l’ambiente. Ventuno minuti di strabilianti riprese aeree e di fasi del passaggio umano, di vecchi anfiteatri e di nuove installazioni industriali, di animali da pascolare e di percorsi sempre uguali da secoli, di volti sofferenti nel loro mutismo e di fiumi che scorrono, di antichissimi riti e di differenti mascherini a circondare l’emulsione, quasi a testimoniare la plasmabilità fisica e quindi in un certo senso l’inaffidabilità di un’immagine, con cui filmarli nelle diverse spazialità. Atemporali nel loro incapsulare il tempo senza più una reale progressione, ma semplicemente per strati e metafore, per sovrapposizioni e (im)potenze. Verso una catastrofe imminente, ma forse anche verso l’utopia di potere ancora fare qualcosa per fermarla. Perché nulla davvero si crea e nulla davvero si distrugge, ma tutto si trasforma. Ad ogni blocco di ghiaccio che si stacca dalla calotta dovrà necessariamente corrispondere un allargarsi dello specchio d’acqua, con le sue alghe e con i suoi pesci, con la sua vita che in qualche modo continua. Con una nuova barca pronta ad accarezzarne ancora la superficie, e a lanciare ancora una volta le reti fra le sue placide e pescose acque. Forse.

Marco Romagna